Accademia Boxe Cremona

Accademia Boxe Cremona

Notizie dal mondo

Un ragazzino di 15 anni si sta riscattando attraverso la boxe.

Anche il pugilato cremonese lo sta aiutando

John Kimanzi, dalle discariche di Nairobi al ring

di cesare castellani

Il "Venerdì di Repubblica", due settimane fa, gli ha dedicato tre pagine. Il Vascello lo aveva fatto conoscere ai suoi lettori lo scorso anno. E' John Kimanzi, quindicenne aspirante campione di Nairobi, un ragazzino cresciuto nella più malfamata delle molte baraccopoli della capitale del Kenia, Korogocho che sta cercando nel pugilato il riscatto da una vita di stenti e miserie dopo essere approdato al Kivuli Centre, la comunità in cui vive, ormai da qualche anno, e di cui è il personaggio più noto, ammirato e invidiato nonostante la giovanissima età.
John Kimanzi l'ha fatto conoscere ai cremonesi, ma soprattutto ai soci dell'Accademia Boxe Cremona, Daniele Parolini che con gli amici appassionati di pugilato ha parlato di lui facendo immediatamente nascere l'idea di un'adozione a distanza da parte della società. Poco dopo, sentite le necessità della comunità che opera a Nairobi, si è invece ritenuto più opportuno fornire al ragazzino e, con lui, a tutti i suoi amici che frequentano la palestra, l'attrezzatura necessaria a svolgere l'attività pugilistica ed ecco quindi arrivare a Nairobi, nell'estate scorsa, portate da un gruppo di volontari italiani, scarpette e guantoni, tute, guanti da sacco, canottiere e calzoncini oltre a materiale scolastico e via dicendo. Un bel po' di materiale che l'ABC ha saputo raccogliere anche coll'aiuto di alcuni fornitori di materiale sportivo e di alcune società che hanno partecipato al Trofeo Città di Cremona e che ora fa parte della dotazione della palestra del Centro.
Ma chi è John Kimanzi?
Pablo Trincha, che lo ha anche visto combattere, sulle pagine del Venerdì di Repubblica, lo descrive come un ragazzino normale che "quando va in giro passa inosservato, con quel fisico magrolino, le mani in tasca, la coppola di tre quarti e lo stuzzicadenti in bocca, difficilmente ti verrebbe di associarlo al killer appena sceso dal ring,"
John Kimanzi, da quando sale sul ring, si è già sbarazzato di una sessantina di avversari, quasi tutti sconfitti prima del limite ed ha vinto tutti i tornei giovanili cui ha partecipato, compresa la Mini Legue, il torneo cui prendono parte tutti i ragazzi cresciuti nelle borgate più luride e malfamate della capitale, coi muri di terra e di fango e i tetti, quando ci sono, di frasche e di lamiera. Sono i ghetti peggiori d'Africa, ove una vita vale meno di una manciata di spiccioli, ove i ragazzini sniffano al colla o uno straccio imbevuto di kerosene ove il cibo si trova solo nelle discariche o rovistando nei mucchi di rifiuti lungo le strade, ove i bambini crescono col coltello in mano che a otto-nove anni sanno maneggiare meglio d'un cucchiaio che probabilmente mai hanno potuto usare.John Kimanzi, sino a qualche anno fa, era uno di questi ragazzi, abituato a sopravvivere nella baraccopoli di Korogocho lottando a suon di pugni per un pezzo di pane, a domi re sotto le stelle e con un occhio sempre aperto per evitare gli assalti di compagni più affamati o della polizia. Ultimo di sei figli, era rimasto orfano del padre scomparso da casa in circostanze misteriose e con una madre gravemente ammalata che non poteva provvedere al sostentamento dei figli. La vita di John si svolgeva prevalentemente intono alla discarica fino al giorno in cui la sorella maggiore, ormai sposata, lo aveva incontrato per la strada e convinto a lasciarsi ricoverare in un centro di riabilitazione, il Kivuli Center, appunto una comunità dell'Amani-Koinonia diretta da un missionario italiano, Padre Kizito Serena.
Al Kivuli center, il ragazzo si dimostrò subito particolarmente intelligente e dotato e il giorno in cui gli infilarono per scherzo un paio di guantoni, emerse immediatamente la sua innata predisposizione per lo sport del pugilato in cui riuscì immediatamente a incanalare tutta quella rabbia e quel rancore che gli avevano portato una vita di stenti e l'aver visto morire, per una coltellata ricevuta durante una rissa di strada, uno dei fratelli.Sono trascorsi cinque anni da quando George Yonga, un ex pugile keniano che lavora presso il Kivuli Center si è preso cura di lui, si rese conto delle impressionanti doti atletiche e psicofisische del suo allievo e le vittorie son venute con facilità, una dietro l'altra ed ora che il ragazzino si sta affacciando al mondo del pugilato che conta, ora che lo sport può diventare per lui qualcosa più di un gioco da ragazzi, ora lo vede sognare di ripetere le gesta dei grandi pugili che lo hanno preceduto sui ring del suo paese e soprattutto ripetere le gesta di quello che in questi anni è diventato il suo idolo, Kassim Ouma, il bambino soldato ugandese che trasferito in Canada, è diventato uno dei pugili più apprezzati e quotati d'America.
"Ma il mio vero sogno - dice John - è quello di aiutare gli altri. Io vengo da un posto terribile, non voglio dimenticarmi della mia famiglia, della gente. io sono stato aiutato e ho avuto la possibilità di fuggire dalla strada. Voglio dare lo stesso a chi è stato meno fortunato di me."

Il racconto di un pugile dilettante volontario al Kivuli Center

I guantoni di John

Sono arrivato al Kivuli Centre un giovedi notte d'agosto assieme ai miei compagni di viaggio su di un matatu blu. All'ingresso ho subito riconosciuto il cancello azzurro, visto tante volte nelle foto dei volontari che mi hanno preceduto. Una volta valicato, all'interno del Kivuli Centre, sulla destra, c'e un edificio che chiamano "hall" ed e una sala vuota che viene di volta in volta utilizzata per diversi scopi: meeting point per le attivita dei ragazzi, cinema, a volte cerimonie nuziali, e come palestra di pugilato.

Queste ultime parole accesero subito in me, pugile prima serie in Italia, la curiosità di vedere come fosse strutturata la palestra keniana in cui si allena John Kimanzi, ex ragazzo di strada, ora all'interno del progettu Kivuli e campione nazionale. Mi avvicinai ad una delle porte di vetro della hall, ma il buio mi impedì qualsiasi visuale; la mia curiosità doveva pazientare ancora. L'indomani mattina sono tornato ad affacciarmi alla porta, rimanendo sbalordito nel vedere che non c'era alcuna attrezzatura: non un sacco appeso, non una palla veloce, nemmeno lo specchio, elemento base per qualsiasi pugile. Sono abituato a girare le palestre di pugilato, che di norma sono "buchi" maleodoranti ricavati in edifici improbabili, ma per quanto malmesse siano, vantano almeno la presenza di uno specchio e un sacco.
Mentre continuavo a subissarmi di interrogativi, mi si avvicina un uomo sulla quarantina, atletico e dai movimenti felpati.
Chi mastica di pugilato avrebbe potuto facilmente intuire che si trattava di un ex pugile. Era infatti il coach dell 'Amani Yassets Kivuli Boxe. Scambiammo due parole di convenevoli e rompemmo il ghiaccio parlando subito del comune interesse.
George, questo il nome del Maestro, mi chiese subito il mio record per testare la mia esperienza. Quando gli risposi che in Italia avevo combattuto 45 match mi avvolse in un abbraccio caloroso, come fossi uno dei suoi ragazzi. Venni ben presto richiamato ai miei doveri di volontario, ma con la promessa che il pomeriggio stesso sarei passato in palestra per la quotidiana seduta di allenamento.
Puntuale mi sono presentato all'allenamento, notando, buttato in un angolo, un sacco di juta in cui si poteva scorgere qualche paio di guanti da sparring ormai al limite dell'usura ed un paio di caschetti protettivi: questo era il materiale disponibile per allenarsi. George mi si avvicinò subito, stringendomi con lo stesso calore inaspettato del mattino e scusandosi per la sua palestra. Gli risposi che non aveva nulla di che scusarsi perchè una palestra di boxe non si valuta dagli attrezzi ma dalla passione negli occhi di chi ci allena, e quelli di George e dei suoi ragazzi ne erano colmi.

Cominciai a scaldarmi, mi misi le fasce alle mani e mi ritrovai a incrociare i guantoni con Moses e Joseph, due ragazzi che fisicamente dimostrano 25 anni ma che ne hanno dieci di meno. Mi colpì particolarmente un ragazzino che si allenava in disparte con George, atletico e veloce, che si muoveva molto meglio di tutti gli altri. Incuriosito, mi avvicinai per presentarmi ma George mi precedette e me lo introdusse orgoglioso come chi esibisce un trofeo: si trattava di John. John ha 14 anni, l'eta in cui in Italia è possibile cominciare a salire sui ring, mentre lui gira il Kenya da sei anni calcando ogni volta un quadrato diverso. E' stato uno scambio veloce di battute: il ragazzo aveva finito l'allenamento e lo aspettava la cena. Il giorno seguente l'ho notato insieme ai ragazzi e appena mi ha visto mi ha chiesto di sedermi accanto a lui. Abbiamo subito parlato di boxe (qui il termine pugilato a me tanto caro non è comprensibile): mi ha raccontato che ha combattuto una cinquantina di match, quanto pesa, continuando ad elargire un fiume di informazioni e mostrandosi non felice, ma entusiasta di raccontarmi la sua vita. Felicità che - mi ha spiegato - nasceva dal poter condividere la sua passione con il primo volontario di Amani pugile che si fosse mai presentato a Kivuli. Io lo guardavo come un fratello minore, uniti dalla stessa passione.

Cominciai a scaldarmi, mi misi le fasce alle mani e mi ritrovai a incrociare i guantoni con Moses e Joseph, due ragazzi che fisicamente dimostrano 25 anni ma che ne hanno dieci di meno. Mi colpì particolarmente un ragazzino che si allenava in disparte con George, atletico e veloce, che si muoveva molto meglio di tutti gli altri. Incuriosito, mi avvicinai per presentarmi ma George mi precedette e me lo introdusse orgoglioso come chi esibisce un trofeo: si trattava di John. John ha 14 anni, l'eta in cui in Italia è possibile cominciare a salire sui ring, mentre lui gira il Kenya da sei anni calcando ogni volta un quadrato diverso. E' stato uno scambio veloce di battute: il ragazzo aveva finito l'allenamento e lo aspettava la cena. Il giorno seguente l'ho notato insieme ai ragazzi e appena mi ha visto mi ha chiesto di sedermi accanto a lui. Abbiamo subito parlato di boxe (qui il termine pugilato a me tanto caro non è comprensibile): mi ha raccontato che ha combattuto una cinquantina di match, quanto pesa, continuando ad elargire un fiume di informazioni e mostrandosi non felice, ma entusiasta di raccontarmi la sua vita. Felicità che - mi ha spiegato - nasceva dal poter condividere la sua passione con il primo volontario di Amani pugile che si fosse mai presentato a Kivuli. Io lo guardavo come un fratello minore, uniti dalla stessa passione.

Alberto Dionigi, volontario di Amani ha parttecipato nel mese di agosto ad un campo in Kenia. E' un buon pugile dilettante che in carriera ha disputato una quarantina di incontri vincendoli quasi tutti.